11 marzo 2001 - Il Sole 24 Ore - Auto
Un "regista" per la mobilità
Secondo le stime dell'Enea sulle strade congestionate si può
disperdere fino al 10 per cento del Pil
MILANO Secondo alcune stime dell'Enea, la congestione
stradale disperde dal 4 al 10% del Pil di ogni Paese ad alta densità
automobilistica. Un problema legato non solo all'alto numero di
vetture circolanti, ma anche e soprattutto all'uso non sempre
razionale che se ne fa. Numerose indagini su scala europea hanno
infatti evidenziato che la metà degli spostamenti urbani effettuati
con l'auto non superano i tre km di percorrenza complessiva. Una
distanza che potrebbe essere coperta in modo altrettanto facile
ma economicamente ed ecologicamente più sostenibile con mezzi
alternativi. L'individuazione e la predisposizione delle alternative
praticabili è uno dei compiti del mobility manager, mutuato da
positive esperienze maturate soprattutto nel Nord Europa, ma frutto
di un iter procedurale esattamente opposto. Mentre all'estero
la normativa è intervenuta per regolamentare una figura nata sulla
spinta di esigenze concrete, in Italia si è dapprima fatta la
legge (Decreto del ministero dell'Ambiente del 27.3.98 pubblicato
sulla Gazzetta ufficiale il succesivo 3 agosto), per poi tentare
di attribuire contenuti e responsabilità a un ruolo di non facile
interpretazione. Per cominciare, non esiste un mobility manager
unico. C'è quello d'area, che opera alle dipendenze degli enti
pubblici territoriali con compiti di coordinamento delle iniziative
dei "colleghi" impegnati nelle aziende. In base alla legge, infatti,
le aziende con più di 300 dipendenti (a con più di 800 suddivisi
tra varie sedi) situate in comuni a rischio ambientale devono
nominare un mobility manager. O meglio dovrebbero, visto che sulle
3.600 aziende coinvolte, di cui 1.300 pubbliche, le nomine sono
state finora solo 327. L'obbligo infatti non è accompagnato da
sanzioni per gli inadempienti, poiché il legislatore ha privilegiato
la persuasione rispetto alla coercizione, predisponendo incentivi
e contributi a favore delle aziende che si adeguano al decreto.
Se lo stanziamento iniziale di circa 12 miliardi era finalizzato
soprattutto per sensibilizzare su queste tematiche e avviare la
sperimentazione in alcune città importanti, i tre decreti firmati
il 21 dicembre 2000 dal ministro dell'Ambiente riservano fondo
più consistenti per finalità più concrete: accanto ai dieci miliardi
per lo sviluppo del car sharing, ve ne sono 68 per progetti di
mobilità sostenibile nelle città e 30 per incentivare proprio
i programmi proposti dai mobility manager aziendali. I quali hanno
proprio il compito di razionalizzare i trasferimenti casa-lavoro
dei dipendenti. Un segmento - quello della cosiddetta mobilità
"sistematica" contrapposta a quella "erratica" - che rappresenta
dal 20 al 40% degli spostamenti complessivi che avvengono delle
nostre città. Per raggiungere il suo obiettivo fondamentale, che
non è demonizzare l'automobile ma ottimizzarne l'impiego, il mobility
manager ha a disposizione diversi strumenti che in Italia sono
ancora in fase di "gestazione" ma all'estero hanno già fornito
risultati ampiamente positivi. Si va dal car pooling al car sharing,
dai taxi collettivi agli autobus "a chiamata", ad altre soluzioni
in cui la fantasia può integrare la mancanza di esperienze consolidate.
Confrontando il fabbisogno di mobilità dei dipendenti con il proprio
profilo di accessibilità, l'azienda può per esempio trovare conveniente
dare in comodato ai dipendenti veicoli a basso impatto ambientale
(biciclette a pedalata assistita o ciclomotori magari elettrici),
oppure regalare l'abbonamento ai trasporti pubblici a chi si impegna
a rinunciare all'auto per raggiungere il psoto di lavoro. C'è
anche chi ipotizza il parcheggio aziendale a tassazione per chi
arriva in ufficio da solo, e invece gratuito per chi si presta
al car pooling e accoglie sulla propria auto i colleghi che abitano
lungo il percorso. Certo, sono formule e soluzione che appaiono
poco compatibili con la mentalità italiana, così individualista
e insofferente alle regole. Ma è già importante creare la consapevolezza
che gli strumenti esistono. "In fondo - fa notare Carlo Jacovini
dell'associazione Euromobility - sappiamo tutti il problema dell'inquinamento
non si risolve con le domeniche a piedi. Che però hanno il merito
di ricordarci la necessità di affrontarlo in modo più incisivo".
Perché il mobility manager possa però decollare davvero, occorre
non solo la consapevolezza che qualcosa si può e si deve fare,
ma anche dare un inquadramento più preciso a una figura dai contorni
ancora indefiniti, priva di allettanti percorsi di carriera e
di riconoscimenti concreti in caso di raggiungimento degli obiettivi.
A tutt'oggi, infatti, anche nei non molti casi in cui l'incarico
è stato assegnato, si tratta quasi sempre di un ruolo più formale
che concreto, attribuito a professionisti (architetti, ingegneri,
lauerati in economia) chiamati a svolgere anche altre mansioni,
spesso ritenute di priorità più elevata, nell'ambito della loro
attività aziendale.
Giampiero Bottino