home
   

26 aprile 2001 - Il Sole 24 Ore - Trasporti

UN PROFILO ANCORA TUTTO DA INVENTARE

I 327 mobility manager aziendali nominati oggi in Italia probabilmente si sentono "pionieri" di una professione che riserva loro ancora molti lati nascosti. A distanza di 3 anni dal Decreto che ha introdotto in Italia il responsabile della mobilità, la criticità professionale rappresenta una delle principali ragioni del difficile decollo. Chi è oggi il mobility manager? Architetti, Ingegneri, Economisti, laureati o diplomati, il quadro di riferimento non è delineato con tutti i problemi che ne conseguono in termini di coinvolgimento delle imprese e di efficacia dei risultati. Il problema si differenzia a seconda che si tratti di mobility manager di area (facente quindi capo alla Pubblica Amministrazione) o di mobiilty manager aziendale. Nel primo caso, il decreto del 27/03/98, indicava la creazione di "strutture di supporto" all'interno dell'organizzazione dell'ente locale, delineando quindi la presenza di più persone - coordinate da un dirigente e funzionario - aventi l'obiettivo di coinvolgere le imprese e sviluppare progetti di mobilità sostenibile nel territorio. Nelle aziende con più di 300 addetti, il responsabile della mobilità è una figura innovativa, di cui si sa solamente che deve redigere annualmente il "piano spostamenti casa lavoro dei dipendenti". Secondo un'indagine condotta dalla Sta, Agenzia per la mobilità del Comune di Roma, i mobility manager aziendali oggi sono all'80% uomini, per lo più dirigenti (41,5%), laureati (64,9%), con un'età compresa tra i 45-54 anni (52,1%). Le aree aziendali di provenienza sono soprattutto le risorse umane (38,7%) e gli affari generali (19,4%), in alternativa prevalgono le competenze individuali rispetto alle indicazioni normative. I mobility manager a oggi nominati fanno parte dell'organico aziendale già esistente; in sostanza sono state individuate persone adatte al ruolo richiesto perché a conoscenza delle specificità aziendali o perché con esperienze in settori vicini alla mobilità (ad es. l'area logistica). Il mobility management aziendale oggi è un'attività part time, i neonominati hanno altre mansioni da svolgere e dedicano solo una parte del loro tempo per il piano spostamenti casa-lavoro. In molti casi hanno partecipato a corsi di formazione con l'obiettivo di acquisire le conoscenze e gli strumenti base per redigere un piano spostamenti casa lavoro e non confondersi sui significati di car sharing e car pooling. Le imprese non assumono dall'esterno un mobility manager, se non attraverso strutture consulenziali che possono fornire assistenza e formazione "on the job" per rendere poi autonomo il responsabile interno. Queste criticità di impostazione hanno generato problemi per lo sviluppo dei manager presso le imprese. Quale motivazione personale ha il mobility manager? Che prospettive di carriera? Quali incentivi economici? Domande la cui risposta non è, oggi, positiva. Il problema di fondo è legato alla volontà del management aziendale a investire nel settore; laddove i vertici credono nell'efficacia di una politica di mobilità aziendale, anche il mobility manager assume un ruolo concreto, riconosciuto dai colleghi, con deleghe precise e un budget dedicato. Purtroppo esempi di casi aziendali di questa tipologia si contano sulle dita di una mano e si riferiscono a realtà dove la mobilità è un problema da risolvere indipendentemente dal mobility manager, oppure l'impresa ha deciso di investire nel settore per i ritorni di immagine derivanti. Se poi la realtà è pubblica (azienda speciale, enti non territoriali), agli ostacoli precedenti si aggiungono i vincoli burocratici, che rendono più difficoltoso l'operato del mobility manager. Quali le aree dove investire per sviluppare il settore? Per i mobility manager di area la via è in discesa: i finanziamenti stanziati e la necessità di promuovere politiche di mobilità sostenibile, sono leve che permetteranno di avere strutture di supporto nelle principali città. Per le aziende la strada è diversa: da un lato è necessario investire nella formazione per rendere autonomo il mobility manager conferendo visibilità e credibilità interna; dall'altro occorre identificare un pacchetto di premi e incentivi che vadano al singolo mobility manager in una logica di "success fee" sugli obiettivi raggiunti.

Carlo Iacovini
Euromobility

Torna all'elenco della rassegna stampa