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9 settembre 2001 - Il Giorno

Al lavoro senza macchina - Milano pecora nera in Italia

Milano affoga nel traffico. L'inquinamento supera molto spesso i livelli di legge. Il sindaco Albertini chiede i poteri da commissario straordinario. La situazione insomma è grave. Ciò nonostante, si scopre che il capoluogo lombardo è fanalino di coda fra le città italiane nell'attuare un provvedimento che, in base alle esperienze fatte all'estero, ha dimostrato di poter ridurre anche del 20% la quantità di pendolari che vanno al lavoro in macchina: l'organizzazione razionale del trasporto dei lavoratori delle aziende attuata dal manager della mobilità ("mobility manager"). Questa è una figura aziendale incaricata di ridurre il traffico prodotto dai dipendenti grazie all'adozione di diverse misure che hanno il pregio di costare poco ed essere efficaci perché non fanno altro che dare soluzioni pianificate e collettive al problema del trasporto, spesso abbandonato alla casualità e a logiche individualistiche.
Le misure anti-traffico. I principali strumenti del mobility manager sono: abbonamenti ai mezzi pubblici regalati ai dipendenti, dislocazione delle fermate Atm in posizioni più comode per i lavoratori, pullman navetta aziendali, contributi per l'acquisto di auto a gas, promozione del trasporto plurimo di pendolari sulla medesima macchina (car pooling) e dell'auto in multiproprietà (car sharing), agevolazioni per chi va a lavorare in bicicletta, servizi di consegna a domicilio della spesa.
Il decreto Ronchi. Nel 1998 il decreto Ronchi stabilì che ogni azienda o ente con più di 300 dipendenti in una sola sede o con più di 800 dipendenti in più sedi si dotasse di un manager della mobilità. Il dispositivo prevedeva anche che ogni città con più di 150 mila abitanti avesse un mobility manager d'area per coordinare il lavoro delle aziende. Per sostenere l'operazione, il governo ha messo a disposizione dei soggetti interessati contributi che arrivano fino al 50% delle spese affrontate.
Milano in ritardo. A distanza di oltre tre anni, a Milano non è stato fatto quasi nulla. Il Comune ha nominato un mobility manager d'area solo nel maggio scorso, Paola Villani, ora alle prese con le fasi preliminari dell'incarico. Le aziende e gli enti obbligati a dotarsi di mobility manager sono 450 ma solo 50 l'hanno nominato (e ben pochi, compreso il Comune, hanno varato misure concrete). Un dato che, raffrontato a quelli delle altre città, dimostra quanto Milano sia indietro. Per fare alcuni esempi, forniti da Carlo Iacovini, responsabile dell'associazione Euromobility che raggruppa i mobility manager italiani, a Roma 182 aziende sulle 210 interessate hanno già nominato il manager della mobilità, a Torino lo hanno designato 37 aziende su 56, a Firenze 27 su 57, a Genova 20 su 30, a Palermo 11 su 25, a Modena 4 su 10, a Bologna 30 su 65.
Il ritardo milanese rischia anche di lasciare la città senza contributi: se entro la fine dell'anno almeno il 50% delle aziende in questione non avrà nominato il mobility manager, il capoluogo lombardo sarà escluso dalla spartizione dei 68 miliardi di fondi statali riservati alla partita.
Ma perché enti ed aziende non designano questa figura? Il motivo è semplice: il decreto Ronchi stabilisce che questo adempimento è obbligatorio ma non prevede alcuna sanzione per chi non ottempera alla prescrizione.

Franco Tinelli

 

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