Al lavoro senza macchina - Milano pecora
nera in Italia
Milano affoga nel traffico. L'inquinamento
supera molto spesso i livelli di legge. Il sindaco Albertini
chiede i poteri da commissario straordinario. La situazione
insomma è grave. Ciò nonostante, si scopre che
il capoluogo lombardo è fanalino di coda fra le città
italiane nell'attuare un provvedimento che, in base alle esperienze
fatte all'estero, ha dimostrato di poter ridurre anche del 20%
la quantità di pendolari che vanno al lavoro in macchina:
l'organizzazione razionale del trasporto dei lavoratori delle
aziende attuata dal manager della mobilità ("mobility
manager"). Questa è una figura aziendale incaricata
di ridurre il traffico prodotto dai dipendenti grazie all'adozione
di diverse misure che hanno il pregio di costare poco ed essere
efficaci perché non fanno altro che dare soluzioni pianificate
e collettive al problema del trasporto, spesso abbandonato alla
casualità e a logiche individualistiche.
Le misure anti-traffico. I principali strumenti del mobility
manager sono: abbonamenti ai mezzi pubblici regalati ai dipendenti,
dislocazione delle fermate Atm in posizioni più comode
per i lavoratori, pullman navetta aziendali, contributi per
l'acquisto di auto a gas, promozione del trasporto plurimo di
pendolari sulla medesima macchina (car pooling) e dell'auto
in multiproprietà (car sharing), agevolazioni per chi
va a lavorare in bicicletta, servizi di consegna a domicilio
della spesa.
Il decreto Ronchi. Nel 1998 il decreto Ronchi stabilì
che ogni azienda o ente con più di 300 dipendenti in
una sola sede o con più di 800 dipendenti in più
sedi si dotasse di un manager della mobilità. Il dispositivo
prevedeva anche che ogni città con più di 150
mila abitanti avesse un mobility manager d'area per coordinare
il lavoro delle aziende. Per sostenere l'operazione, il governo
ha messo a disposizione dei soggetti interessati contributi
che arrivano fino al 50% delle spese affrontate.
Milano in ritardo. A distanza di oltre tre anni, a Milano non
è stato fatto quasi nulla. Il Comune ha nominato un mobility
manager d'area solo nel maggio scorso, Paola Villani, ora alle
prese con le fasi preliminari dell'incarico. Le aziende e gli
enti obbligati a dotarsi di mobility manager sono 450 ma solo
50 l'hanno nominato (e ben pochi, compreso il Comune, hanno
varato misure concrete). Un dato che, raffrontato a quelli delle
altre città, dimostra quanto Milano sia indietro. Per
fare alcuni esempi, forniti da Carlo Iacovini, responsabile
dell'associazione Euromobility che raggruppa i mobility manager
italiani, a Roma 182 aziende sulle 210 interessate hanno già
nominato il manager della mobilità, a Torino lo hanno
designato 37 aziende su 56, a Firenze 27 su 57, a Genova 20
su 30, a Palermo 11 su 25, a Modena 4 su 10, a Bologna 30 su
65.
Il ritardo milanese rischia anche di lasciare la città
senza contributi: se entro la fine dell'anno almeno il 50% delle
aziende in questione non avrà nominato il mobility manager,
il capoluogo lombardo sarà escluso dalla spartizione
dei 68 miliardi di fondi statali riservati alla partita.
Ma perché enti ed aziende non designano questa figura?
Il motivo è semplice: il decreto Ronchi stabilisce che
questo adempimento è obbligatorio ma non prevede alcuna
sanzione per chi non ottempera alla prescrizione.
Franco Tinelli