Il Manager della mobilità
La professione non è stata regolata
in modo completo
Ormai non è più un"oggetto
misterioso" e nelle grandi città dove è stato
introdotto, il mobility manager ha contribuito a realizzare
concretamente le alternative praticabili alla congestione stradale,
che, secondo stime dell'Enea, disperde dal 4 al 10% del Pil
di ogni paese ad alta densità automobilistica.
Assicurare il soddisfacimento dei bisogni di mobilità
delle persone e di trasporto delle merci; influenzare i comportamenti
degli individui, imprese e istituzioni nel soddisfare i loro
bisogni di spostamenti; migliorare l'integrazione tra i modi
di trasportoe facilitare l'interconnessione delle reti di trasporto
esenti, anche attraverso lo sviluppo di specifici sistemi informativi
e di comunicazione; migliorare l'accessibilità dei centri
storici; ridurre il numero, la lunghezza e i bisogni degli spostameni
individuali con il veicolo privato: non sono pochi i "pesanti
" e delicati obiettivi affidati alla nuova figura professionale
(in genere, un ingegnere civile specializzato), mutuata dalle
esperienze positive condotte nel Nord Europa e operativa da
alcuni anni nei comuni di Bologna, Firenze, Palermo, Foggia,
Genova, Mantova, Milano (dove è stato introdotto anche
dalla Provincia) Padova, Palermo, Pisa, Roma e Torino.
I primi risultati raggiunti sono incoraggianti: nelle città
che hanno introditto il mobility manager è aumentato
il tasso d'innovazione e creatività nella gestione del
traffico, e risultano davvero operativi ed efficaci sia il Put,
sia, soprattutto, il raccordo tra questi ed altri strumenti
di pianificazione della città. Tuttavia, i mobility manager
non sono ancora a norme univoche e semplici da applicare.
"Mentre all'estero la normativa è intervenuta per
regolamentare una figura nata sulla spinta di esigenze concrete
" - dice Marco Brinati, mobility manager d'area del Comune
di Bologna, "in Italia si è dapprima fatta la legge
(Decreto del ministero dell'Ambiente del 27 marzo 1998), per
poi tentare di attribuire contenuti e responsabilità
a un ruolo di non facile interpretazione" Il vero problema
è che non esiste un mobility manager unico: quello d'area,
che opera alle dipendenze degli enti pubblici territoriali,
ha, infatti, compiti di coordinamento delle iniziative dei "colleghi"
impegnati nelle aziende a organizzare il Piano degli spostamenti
casa-lavoro dei dipendenti.
In base alla legge, infatti, le aziende con più di 300
dipendenti (o con più di 800 suddivisi tra varie sedi)
situate in comuni a rischio ambientale devono nomonare un mobility
manager, allo scopo di ridurre l'uso dei mezzi di trasporto
privato individuale: "O meglio: dovrebbero - dice ancora
Brinati - visto che sulle 3600 aziende italiane obbligate a
introdurre una nuova figura professionale, di cui 1300 pubbliche,
le nomine sono state finora solo 327".
Il risultato, dunque, è che, spesso, soprattutto nelle
città a forte concentrazione di grandi imprese, i piani
degli spostamenti casa--lavoro sfuggono a ogni possibilità
di coordinamento a livello cittadino.