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2 settembre 2002- Sole 24 Ore

Il Manager della mobilità

La professione non è stata regolata in modo completo

Ormai non è più un"oggetto misterioso" e nelle grandi città dove è stato introdotto, il mobility manager ha contribuito a realizzare concretamente le alternative praticabili alla congestione stradale, che, secondo stime dell'Enea, disperde dal 4 al 10% del Pil di ogni paese ad alta densità automobilistica.
Assicurare il soddisfacimento dei bisogni di mobilità delle persone e di trasporto delle merci; influenzare i comportamenti degli individui, imprese e istituzioni nel soddisfare i loro bisogni di spostamenti; migliorare l'integrazione tra i modi di trasportoe facilitare l'interconnessione delle reti di trasporto esenti, anche attraverso lo sviluppo di specifici sistemi informativi e di comunicazione; migliorare l'accessibilità dei centri storici; ridurre il numero, la lunghezza e i bisogni degli spostameni individuali con il veicolo privato: non sono pochi i "pesanti " e delicati obiettivi affidati alla nuova figura professionale (in genere, un ingegnere civile specializzato), mutuata dalle esperienze positive condotte nel Nord Europa e operativa da alcuni anni nei comuni di Bologna, Firenze, Palermo, Foggia, Genova, Mantova, Milano (dove è stato introdotto anche dalla Provincia) Padova, Palermo, Pisa, Roma e Torino.
I primi risultati raggiunti sono incoraggianti: nelle città che hanno introditto il mobility manager è aumentato il tasso d'innovazione e creatività nella gestione del traffico, e risultano davvero operativi ed efficaci sia il Put, sia, soprattutto, il raccordo tra questi ed altri strumenti di pianificazione della città. Tuttavia, i mobility manager non sono ancora a norme univoche e semplici da applicare.
"Mentre all'estero la normativa è intervenuta per regolamentare una figura nata sulla spinta di esigenze concrete " - dice Marco Brinati, mobility manager d'area del Comune di Bologna, "in Italia si è dapprima fatta la legge (Decreto del ministero dell'Ambiente del 27 marzo 1998), per poi tentare di attribuire contenuti e responsabilità a un ruolo di non facile interpretazione" Il vero problema è che non esiste un mobility manager unico: quello d'area, che opera alle dipendenze degli enti pubblici territoriali, ha, infatti, compiti di coordinamento delle iniziative dei "colleghi" impegnati nelle aziende a organizzare il Piano degli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti.
In base alla legge, infatti, le aziende con più di 300 dipendenti (o con più di 800 suddivisi tra varie sedi) situate in comuni a rischio ambientale devono nomonare un mobility manager, allo scopo di ridurre l'uso dei mezzi di trasporto privato individuale: "O meglio: dovrebbero - dice ancora Brinati - visto che sulle 3600 aziende italiane obbligate a introdurre una nuova figura professionale, di cui 1300 pubbliche, le nomine sono state finora solo 327".
Il risultato, dunque, è che, spesso, soprattutto nelle città a forte concentrazione di grandi imprese, i piani degli spostamenti casa--lavoro sfuggono a ogni possibilità di coordinamento a livello cittadino.

 

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